Le luci si abbassano, cala il silenzio in sala, il sipario si schiude. Non è una recita, va in scena un simposio culturale sul Judo e il suo ruolo nella società.

Tre sono gli “attori” sul palco: Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’educazione, docente universitario e istruttore di Judo; Massimo De Nardo, scrittore, responsabile della casa editrice per ragazzi Rrose Sélavy; Corrado Croceri, maestro di Judo, cintura nera VI dan, presidente della ASD Dojo Kenshiro Abbe – Gruppo Marche di Corridonia.

L’evento in cartellone è la presentazione del libro “Judo. Educazione e Società” di Giuseppe Tribuzio (edito da Luni Editrice); di fatto, rappresenta una preziosa occasione per raccontare il Judo da un’angolazione più culturale, quanto mai insolita, ma essenziale. Un’altra tessera nel mosaico che il M° Croceri sta costruendo per restituire al Judo la sua immagine autentica.

La scelta della sede – il Teatro Velluti di Corridonia (MC) – non è casuale: non un palazzetto dello sport, caotico e dispersivo, ma un luogo di cultura, in cui il silenzio predispone all’ascolto e induce alla riflessione.

A Massimo De Nardo l’onere di rompere il ghiaccio e dare il via alla discussione. Da artista della parola quale è, con la sua eloquenza ha affascinato i presenti, introducendoli in un’atmosfera quasi magica. Egli esordisce con un paradosso: «se Judo è educazione, allora anche chi pur non praticandolo ne segue i principi può dirsi judoka». Un concetto tra assurdo e verità, che tuttavia spalanca un orizzonte più ampio in cui il Judo si configura come strumento di miglioramento della società. Educazione, appunto. Sfogliando l’opera di Tribuzio, lui – assoluto profano del Judo, ma lettore attento e curioso – ha saputo cogliere sfumature di questa disciplina che molti praticanti tuttora non hanno compreso!

Ma cosa vuol dire educare? Il termine deriva dal latino educere, che significa «trarre fuori», cioè tirar fuori ciò che sta già dentro. Per far questo c’è bisogno di un Maestro che, semplicemente, è qualcuno che ha fatto qualcosa prima degli altri. Attraverso il buon esempio e l’insegnamento, il Maestro è in grado di dirigere le esperienze del suo Allievo verso situazioni che gli consentano di sviluppare le inclinazioni dell’animo, aiutandolo ad esprimersi.

Proprio il contrario di quello che avviene oggi nella scuola o in altri ambienti deputati all’educazione: invece di «trarre fuori», ci si preoccupa di «mettere dentro» nozioni e saperi che, fini a se stessi, non hanno grande utilità.

Oggi, più che in passato, si avverte la mancanza di un solido progetto educativo su cui fondare la società; è il Prof. Tribuzio a prendere la parola. Il suo ragionamento parte dall’analisi dei fatti di cronaca: il dilagare del bullismo e di altre manifestazioni di violenza fisica o verbale, sono il chiaro sintomo dell’inettitudine dei singoli alla convivenza civile e alla condivisione. Tutti concordano sulla gravità del fenomeno ma, allo stato attuale, non c’è un impegno concreto per arginarlo.

Come si innesta il Judo in tutto questo? Secondo Tribuzio, potrebbe essere la soluzione al problema. «Il Judo – dichiara – media valori ormai dimenticati». Poi spiega: «il tatami è un micromondo in cui si apprende a relazionarsi con gli altri»: ci sono regole da rispettare, limiti da non oltrepassare, un’etichetta da seguire, ma è anche un luogo in cui ci si può esprimere, raccontare, confrontare. Sul tatami si apprende il rispetto, il contegno, l’umiltà, la deferenza verso il Maestro e la disponibilità verso gli altri; si impara ad onorare le cose e ad avere cura dei compagni coi quali si condivide la Via. Attraverso il combattimento, poi, il judoka si esercita all’intuizione, alla creatività, a risolvere i problemi e a cogliere l’opportunità. Insomma, il Judo educa a vivere e a pensare. E una persona sana, intelligente, onesta e pensante, è utile alla società.

L’arte del Judo, come è noto, è figlia della cultura giapponese; eppure, fino a pochi decenni fa, questi erano anche i nostri valori: «grazie al Judo, allora, potremmo riappropriarci anche della nostra cultura» afferma Tribuzio.

Nel prosieguo dell’incontro, numerosi sono stati i temi toccati e gli spunti di riflessione proposti, attingendo non solo dalle teorie di illustri sociologi, pedagogisti e pensatori orientali e occidentali, ma anche dalla letteratura classica, dalla musica, addirittura dal Vangelo; tutte “espressioni del vivere” apparentemente così lontane dal Judo e tra di loro, eppure così vicine nelle finalità e nei metodi.

Prima di concludere, l’autore anticipa la grande provocazione del suo libro: «l’idiozia del nostro tempo è aver fatto del Judo uno sport», ignorando quasi totalmente la sua valenza educativa. «Ora dobbiamo recuperare» è la sua esortazione: recuperare lo scopo originario del Judo, riscoprire i valori del nostro passato, per riscattare e convertire questa società smarrita.

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