Koshiki no kata, la forma delle cose antiche. Antiche perché la memoria della loro pratica ha radici lontane, diluita in un passato che il ricordo non può afferrare. Antiche come pietre che i secoli non scalfiscono. Antiche perché fedeli, salde custodi di una tradizione così profonda e preziosa da sfidare il tempo e i suoi inevitabili mutamenti.

E così Tori e Uke, nella prima parte del kata, compiono movimenti lenti e gravi, costretti dal peso della loro spessa armatura, che, seppur invisibile all’occhio moderno, annulla in un attimo le distanze temporali, evocando le atmosfere del medioevo giapponese ed i guerrieri che un tempo la indossavano sul campo di battaglia.

Il Koshiki no kata lega inscindibilmente la sua origine alla scuola di Kito, a cui Jigoro Kano dedicò gran parte della sua formazione e del suo allenamento, e al Ju jutsu. Questo kata non è solo un esercizio formale, ma racchiude in sé l’intera essenza della scuola di Kito, il principio della contrapposizione fra le due energie, contrarie, ma complementari, che governano l’Universo. La straordinarietà del Koshiki no kata, di cui Kano comprese la grandezza e subì l’evocativo fascino, risiede proprio nella creazione dello squilibrio.

In e Yo, o Ki e To (da cui la scuola trae il nome), Omote e Ura. Cedevolezza e durezza, luce ed ombra, positivo e negativo, fronte e retro: il Koshiki no kata dà magistrale dimostrazione della potenza del kuzushi, lo squilibrio dell’avversario, ma è anche molto di più: è la testimonianza tangibile della profonda essenza che sottende le tecniche di proiezione. Chi realizza il Koshiki no kata non si limita ad eseguire una sequenza di tecniche, ma incarna intensamente e in ogni movimento i principi del Judo Kodokan.

Non è il desiderio o la preoccupazione della vittoria a prevaricare, non è la mera tecnica a proiettare l’avversario, ma il raggiungimento ed il mantenimento della forza interiore, l’accordo perfetto fra corpo ed energia vitale, l’armonia con l’Universo, che è alla base della realizzazione di ogni azione e che consente di volgere a proprio vantaggio l’energia dell’avversario.

Ed è questo principio a fare del Koshiki no kata una forma nobilissima, densa di significato e ricca di storia e tradizione, una forma in cui la massima espressione della tecnica si fonde indissolubilmente con la massima espressione dell’arte, in cui il ritmo, nell’esecuzione delle quattordici tecniche dell’Omote e successivamente nelle sette dell’Ura, diviene purissima manifestazione dell’alternarsi delle due energie vitali.

Nell’armonia perfetta fra spirito e corpo, è l’acqua a concentrare in sé la forza evocativa del kata: sono molte le tecniche che rimandano a questo multiforme, impalpabile eppure potentissimo elemento naturale, da Mizu guruma (Ruota d’acqua), a Mizu nagare (Corrente d’acqua nel ruscello), a Yu dachi (Il temporale estivo della sera), fino ad arrivare a Taki otoshi (La Cascata), che conclude l’Omote.

Così come nel Kito Ryu, la scuola di Kito, l’acqua, nella sua fluidità e capacità di adattarsi a ciò che incontra nel suo corso, rivela la sua straordinaria affinità con il Koshiki no kata, ma è durante l’Ura che l’affinità si rafforza e rilascia tutto il suo potere evocativo: Mizu iri (Lasciare scorrere l’acqua), Ryu setsu (Sotto il peso della neve), Yuki ore (La neve che spezza il ramo) e la tecnica conclusiva Iwa nami (Onde contro gli scogli). E’ l’esaltazione dello squilibrio, è l’azione dell’acqua, leggerissima e inafferrabile, ma capace di rompere anche gli elementi più resistenti, acqua che rimane costante nel suo corso e raramente cambia la sua natura.

E’ il morbido che sconfigge il duro. E’ il debole che vince sul forte. E’ l’armonia dell’Universo che ritorna.

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